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martedì 31 marzo 2009

Stipendi e potere di acquisto italiani tra i più bassi in Europa: retribuzioni ferme da 15 anni se rapportate all'inflazione.

Sono preoccupanti i dati che ci giungono sui salari dei lavoratori italiani rapportati all'inflazione. Bisogna assolutamente cambiare la situazione!

L'indice del fatturato dell'industria e l'indice dei salari rappresentano il peggior dato dal 1991. I due indicatori sono scesi del 2,1% rispetto a dicembre.

Nel confronto su base trimestrale, il fatturato scende dell'8,8% e gli ordinativi del 14,2%. L'auto resta uno dei settori più colpiti.

Gli ordinativi sono scesi del 35,8% su base tendenziale, con una riduzione del 29,3% per la componente nazionale e del 43% per quella estera. Il fatturato è invece diminuito del 47,4% su base annua, con un crollo del 42,8% della componente nazionale e del 52,3% di quella estera.

'Tante volte ho l'impressione che il susseguirsi di dati vecchi possono scoraggiare la ripresa e rendere più complessa la crisi', ha commentato il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, il quale afferma che 'i monitoraggi ci segnalano che ci sono spiragli lontani ma ci sono'. 'L'ho sentito dire anche dall'amministratore delegato di Fiat, Marchionne, e da altri esponenti dell'industria'. Ma l'ottimismo del ministro non trova riscontri nella realtà dei fatti.

I salari netti sono fermi al 1993: lo ha spiegato oggi, dati alla mano, l'Ires Cgil che nel suo ultimo rapporto sottolinea come dal 1993 al 2008, nonostante l'aumento dei prezzi, i salari hanno registrato una crescita pari a zero.

Secondo l'Ires-Cgil, infatti, l'inflazione è cresciuta del 41,6%, le retribuzioni contrattuali del 41,1% mentre le retribuzioni di fatto del 47,5%. Secondo i dati elaborati dall'Ires-Cgil sulle dichiarazioni dei redditi presso i Caaf, inoltre, circa 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese e circa 6,9 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne.

E che gli stipendi fossero 'al palo' se ne sono accorti benissimo anche la maggior parte dei lavoratori dipendenti, visto che faticano terribilmente ad arrivare alla fine del mese anche quando usufruiscono di salari considerati 'medi'.

Inoltre, i dati sui confronti internazionali 'confermano l'insistenza di una questione salariale tutta italiana - si legge nell'indagine - in cui le retribuzioni nette italiane (a parità di potere d'acquisto) risultano inferiori di 12 punti rispetto a quelle spagnole, di 29 punti rispetto a quelle dei francesi, di ben 43 punti rispetto alle tedesche, di 56 punti rispetto ai salari dei lavoratori degli Stati Uniti, fino ad arrivare a meno della meta' di quelle dei lavoratori inglesi'.

Più in dettaglio, tra il 1993 e il 2007 le retribuzioni italiane sono cresciute del 4 per cento (appena 750 euro) contro la crescita reale delle retribuzioni lorde dei lavoratori spagnoli del 10 per cento (1.700 euro), dei lavoratori tedeschi (4 mila euro) e americani (3.400 euro) del 13 per cento, dei francesi del 23 per cento (4 mila euro) e degli inglesi del 29 per cento (8.300 euro).

E non basta. Nei passati 15 anni 'i lavoratori dipendenti hanno lasciato al fisco 6.738 euro cumulati, in termini di potere d'acquisto, tra la mancata restituzione del fiscal drag e l'aumento della pressione fiscale - dice il rapporto - Lo Stato ha dunque beneficiato di circa 112 miliardi di euro tra maggiore pressione fiscale e fiscal drag'.

Dunque ora 'serve una nuova politica dei redditi, interventi più forti per sostenere la ripresa', ha dichiarato il leader della Cgil Guglielmo Epifani, visto che 'il fisco ha mangiato i pochi guadagni di produttivita''. E per cominciare a 'dare una risposta concreta alla questione salariale' Epifani ha chiesto 'un aumento di 100 euro in busta paga a lavoratore.

Nell'impostazione del bilancio del 2010 - ha spiegato il numero uno di corso Italia - chiediamo che questo obiettivo venga assunto dal governo e contemporaneamente che tutti gli interventi del 2009 siano a sostegno di chi perde il lavoro e dei precari'. La copertura dell'aumento dei 100 euro in busta paga potrebbe provenire, secondo Epifani, da 'una minore spesa per interessi sul debito pari a 7 miliardi nel 2009; la restituzione del fiscal drag del biennio 2008-2009 per almeno 4 miliardi di euro; la lotta all'evasione con il ripristino delle misure introdotte dal governo Prodi per recuperare almeno i 5 miliardi di euro mancanti dal gettito Iva, e infine, per la parte restante (4 miliardi) dalla maggiore propensione al consumo che contribuisce alla crescita del Pil (+1 per cento in quattro anni) e da un disavanzo contenuto recuperabile al 2011'.

Ai dati più che allarmanti sui salari italiani si aggiungono i numeri sulla disoccupazione nel biennio 2008-2010, che sfiora il milione di lavoratori, e l'incidenza pesantissima di prezzi e tariffe sul loro reddito.

E' evidente che servirebbe una strategia politico-economica volta alla redistribuzione della ricchezza, vale a dire l'opposto di quanto sta accadendo in questo Paese da quando Berlusconi siede a palazzo Chigi.

domenica 15 marzo 2009

Anche i manager soffrono la crisi

Non è sempre vero che le crisi colpiscono solo i più deboli: lo rivela una recente indagine condotta nel nostro Paese da Astra Ricerche per Manageritalia (Federazione dirigenti, quadri e professionale del terziario) che disegna un profilo del Manager Italiano profondamente diversa dallo stereotipo del dirigente ricco, sicuro e con uno stile di vita molto agiato.

“La crisi colpisce duro anche i manager – afferma il presidente di Manageritalia Claudio Pasinie sono purtroppo parecchi quelli che hanno perso o perderanno il lavoro nei prossimi mesi.”
Molte aziende stanno tagliando il personale in risposta al calo di domanda e produzione. E i tagli non stanno risparmiando molti vertici aziendali.

Bastano pochi numeri a confermare la crisi della categoria: dopo un triennio con il segno più (+2,7% con ben 120.432 dirigenti e 318.315 quadri per un totale di 438.747 manager) si calcola che nel 2008 si perderanno circa 10 mila posti nel settore dell’industria e dei servizi con un trend che proseguirà anche quest’anno.

Le analisi di Astra sconfessano un altro dei luoghi comuni che circondano il management italiano è cioè che i dirigenti siano troppi ed eccessivamente pagati.

In Italia, infatti, si conta meno di un dirigente ogni 100 lavoratori dipendenti, contro i 3 ogni 100 della Francia e i 6 ogni 100 della Gran Bretagna.

A livello retributivo il loro stipendio medio annuo è di 100.000 euro lordi (3.700 euro netti al mese), 4 volte superiore a quello percepito da un semplice operaio ma ben lontano dalle principesche retribuzioni di pochi Top Manager di cui si legge sulla stampa.

Inoltre, al contrario di impiegati e operai, quadri e dirigenti con la perdita del proprio impiego perdono anche tutti i benefit e le garanzie. Non viene riconosciuto loro alcun diritto, non possono appellarsi all’articolo 18, né accedere agli ammortizzatori sociali: solo nelle grandi imprese è previsto un periodo di "guarded leave" di due mesi nei quali si percepisce lo stipendio pur non lavorando.

Un caso emblematico dei tagli ai vertici è quello che ha riguardato il team di ingegneri italiani della Motorola dello stabilimento di Torino: l’azienda ha deciso di chiudere i centri di ricerca in Europa, di rinunciare al suo know-how europeo, lasciando molti ingegneri senza un posto di lavoro. Ha dato loro scarso preavviso e non ha mostrato interesse a riassumerli nemmeno in posizioni inferiori.

Ma chi sono i manager a rischio? Sono dotati di un elevato livello di istruzione e professionale (solitamente laurea più Master), lavorano 52 ore circa la settimana (circa 10 ore per 5 giorni lavorativi). Sono spesso il motore strategico delle imprese e il capitale umano che garantisce il maggiore know-how nei progetti imprenditoriali. In genere la loro vita professionale dura poco e si connota per un’elevata mobilità: il 20% circa ogni anno cambia o perde il proprio incarico, mentre il 5% dei dirigenti (circa 6.000) resta disoccupato.

Quale futuro per queste professionalità? Per molti si apre la strada per una probabile attività consulenziale. In questo modo potranno prestare i propri “cervelli” alle imprese clienti che vorranno e sapranno cogliere l’importanza dell’inserimento, anche a tempo determinato, delle loro competenze e know-how in azienda. Un passaggio fondamentale per la crescita del livello manageriale di molte piccole imprese tipicamente “made in Italy”. 

Fonte:
http://www.spazioimpresa.biz/strategie_di_impresa/anche-i-manager-soffrono-la-crisi-171.php